Terapie Psicofarmacologiche

E’ una colpa, una vergogna, una debolezza inaccettabile dover ricorrere a terapie “psico”-farmacologiche quando la depressione, l’ansia e le preoccupazioni eccessive trasformano la vita in un inferno? Per molti la risposta è “sì”. Purtroppo, gli psicofarmaci sono spesso considerati sostanze chimiche che cambiano e danneggiano il cervello e non possono risolvere i problemi per cui ci si sente ansiosi e depressi.

Milioni di persone assumono per anni, a volte “per sempre”, farmaci per le più svariate malattie, come ipertensione arteriosa, diabete, cardiopatie, ulcera gastrica e duodenale, solo per citare le frequenti, senza porsi grossi problemi. Ma, quando si tratta di prendere, anche  per breve tempo, antidepressivi e/o ansiolitici, per non parlare di antipsicotici, le domande più frequenti sono: “è proprio necessario?”, “mi faranno male?”,  “dovrò prenderli per tutta la vita?”.

Nonostante i pregiudizi, gli psicofarmaci, in particolare gli antidepressivi, sono fra i farmaci più utilizzati in Italia. Il loro consumo è in crescita e, in base ai dati dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), è aumentatodel 4,5% rispetto al 2004, soprattutto in conseguenza della crisi economica che ha scardinato la vita di molti italiani. Nel 2020, ha avvertito il direttore generale dell’AIFA Luca Pani, “la depressione, dopo le malattie cardiovascolari, sarà la patologia responsabile della perdita del più elevato numero di anni di vita attiva e in buona salute e curarla sarà indispensabile”.

Nella speranza di fugare i pregiudizi che spesso inducono a non assumere o a sospendere senza criterio i farmaci con conseguenze a volte gravi per la salute, vorrei dare risposte scientifiche alle domande che i pazienti più frequentemente pongono durante le terapie psicofarmacologiche.

 

Perché devo fare una terapia farmacologica?

Perché l’ansia, la depressione, le psicosi, sono malattie del cervello, che è un organo del corpo umano come tutti gli altri organi, e, come questi, può e deve essere curato con farmaci specifici ed efficaci. Il cervello può essere considerato come un’enorme e complessa rete elettrica al cui interno si possono creare dei cortocircuiti. Dobbiamo pensare ai farmaci come a nastro isolante in grado di riparare lentamente i circuiti danneggiati che impiegano almeno un mese per cominciare a funzionare di nuovo. In base alla malattia, il nastro isolante non va rimosso (cioè la cura va continuata!) per un tempo variabile, in genere mesi, in modo da consentire una riparazione stabile ed efficace dei “cavi elettrici” danneggiati.

 

I farmaci vanno presi tutta la vita?

In alcuni casi, è necessaria una terapia a lungo termine assumendo la dose minima efficace di farmaci. Questo è il caso di alcuni disturbi dell’umore e psicotici e, più raramente, di disturbi d’ansia che tendono a ripresentarsi quando i farmaci vengono sospesi di colpo e/o senza controllo medico. Tornando all’esempio del cervello concepito come una rete elettrica, si cerca di ridurre la quantità di nastro isolante sui cavi “malati” alla striscia più piccola possibile per evitare che si rompano di nuovo.

Questo vale non solo per i disturbi del cervello, ma per tutte le malattie. Chi non ha un familiare che assume farmaci “a vita” per la pressione alta, il diabete, problemi di cuore, l’artrosi e via dicendo?...

 

Prendo “troppi” farmaci. Non esiste un singolo farmaco che curi il mio problema?

Torniamo all’esempio del cervello paragonato a una rete elettrica. Semplificando molto, ogni circuito cerebrale ha una sua funzione specifica nella regolazione dell’umore, dell’ansia, dei pensieri e, quando è danneggiato, ha bisogno di particolari tipi di nastro isolante, differenti psicofarmaci, per essere riparato. Pertanto, quando i disturbi dipendono dal malfunzionamento di più circuiti, occorre associare più farmaci per ripararli tutti. Ovviamente, man mano che le cose migliorano, si cerca, quando è possibile, di ridurre le dosi e il numero dei farmaci somministrati.

 

Gli psicofarmaci danno dipendenza?

Soltanto alcuni tranquillanti chiamati “benzodiazepine” (Tavor, Lexotan, Valium, Xanax, Prazene, Minias, per citare solo quelle più comunemente prescritte, ma vale per tutte), SE USATI PER MOLTO TEMPO, danno sia dipendenza (cioè la loro sospensione determina crisi di astinenza) che assuefazione (cioè, nel tempo, la loro efficacia diminuisce).  Il loro uso per brevi periodi (uno-due mesi al massimo) o solo al bisogno non dà problemi. Tutti gli altri psicofarmaci, nessuno escluso, non danno dipendenza, né assuefazione Ovviamente, come tutti i farmaci, vanno assunti e sospesi solo sotto stretto controllo medico.

 

“Se prendo farmaci per lungo tempo, mi faranno male al fegato, ai reni, al cervello, ecc. ecc.?”

I farmaci, come tutte le sostanze dotate di un’azione biologica che immettiamo nel nostro corpo, possono avere effetti collaterali in soggetti sensibili e predisposti. E’ ovvio che il beneficio deve sempre essere superiore ai possibili danni. Nessuno deve intraprendere una terapia antidepressiva o ansiolitica se non è strettamente necessario. D’altra parte, la depressione e l’ansia croniche creano danni, oltre che alla psiche, anche al fisico, determinando uno stato di stress continuo, che riduce le difese immunitarie e compromette la funzionalità di vari sistemi organici (si pensi alla tachicardia e all’aumento cronico della pressione  arteriosa indotte dall’ansia!). Non curarle espone a rischi decisamente superiori a quelli di possibili, e poco probabili, “gravi” effetti collaterali da farmaci!

Queste figure, tratte da un articolo comparso qualche tempo fa su Newsweek, aiutano a comprendere i danni provocati dall’ansia non solo sul cervello, ma anche sul corpo!

 

“Io mi voglio curare solo con farmaci “naturali” perché quelli “chimici” fanno male alla salute”

Una diffusa credenza, supportata purtroppo anche da alcuni mezzi di comunicazione, ritiene che i farmaci “naturali” (derivati da erbe, radici, fiori, e via di seguito) siano più sicuri e altrettanto o addirittura più efficaci di quelli prodotti dalle industrie farmaceutiche per sintesi chimica.

Niente di più falso e fuorviante:

1)      Sia i farmaci “naturali” che quelli “artificiali” sono prodotti chimici, nel senso che sono composti da molecole con un’attività biologica (ad esempio, possono ridurre la pressione del sangue o migliorare la depressione). Quello che li differenzia è solo il laboratorio di produzione: nel primo caso, la natura; nel secondo, un’industria farmaceutica.

2)      I prodotti “naturali” possono avere effetti collaterali e tossicità analoga a quelli “artificiali” in persone predisposte e se assunti in dosi e per tempi non adeguati. Ad esempio, l’iperico o erba di San Giovanni, un rimedio naturale ampiamente utilizzato per la cura “naturale” della depressione e dell’ansia, può dare fotosensibilizzazione anche grave e riduce l’efficacia della pillola anticoncezionale.

3)      Mentre l’efficacia e la sicurezza dei farmaci “chimici” è testata per legge da lunghe sperimentazioni, quella dei farmaci naturali è spesso garantita solo da “antiche tradizioni popolari” senza chiara evidenza né dell’efficacia, né delle dosi necessarie per ottenere risultati apprezzabili e duraturi.

4)      Non ha nessuna importanza se si usano farmaci “chimici” o “naturali”. Non bisogna avere alcun pregiudizio: quello che conta è solo se funzionano e sono sicuri.

5)      Questo, sia ben chiaro, significa che anche i cosiddetti farmaci “naturali”, visto che “non fanno sempre bene e sono sicuri “ come erroneamente si pensa, vanno usati con cautela e sotto stretto controllo medico.

 

 

A cura di Alessandro Rotondo

 
 
 
 
 
 
 
 

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