Che cos'è la psicoterapia? vari modelli a confronto

Cos’è la Psicoterapia?

 

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“Psico-terapia”, viene dal greco “psichè” (anima, soffio vitale) e “therapeia” (cura), in tal senso possiamo tradurre la psicoterapia come il “prendersi cura dell’anima”.

La psicoterapia è un percorso, che viene intrapreso da persone che hanno un disagio che provoca loro sofferenza, ma può essere intrapreso anche da persone che stanno già bene con lo scopo di imparare a stare ancora meglio.

In termini generali, la psicoterapia è l'applicazione di strategie e tecniche psicologiche finalizzate a migliorare o risolvere uno stato di sofferenza e disagio psicologico.

 

Ma come avviene, in pratica, una psicoterapia? La risposta è “dipende”. Ogni caso è diverso, e ogni terapeuta è diverso. Infatti vi sono diversi tipi di psicoterapia, ma si possono distinguere degli elementi comuni in tutti:

  • l’instaurarsi di un’alleanza terapeutica fra paziente e terapeuta a esclusivo beneficio del paziente;
  • questa relazione terapeuta-paziente si svolge in un luogo specifico chiamato setting, un luogo sicuro nel quale tutto ciò che avviene è confidenziale, in osservanza delle norme che garantiscono la privacy e del segreto professionale;
  • il terapeuta mette a disposizione la propria professionalità per offrire al paziente nuove prospettive, nuovi modi di vedere o fare le cose diversi da quelli abituali, al fine di dare un senso a sensazioni confuse e indefinite;
  • l’utilizzo di procedure o tecniche specifiche del modo di operare del terapeuta.

La relazione terapeutica rappresenta uno degli elementi sui quali si registra il maggiore accordo rispetto alla sua rilevanza nel processo terapeutico, infatti la fiducia e lo stabilirsi di un’alleanza cooperativa tra paziente e terapeuta è considerato l’aspetto fondamentale che rende efficace una psicoterapia.

La relazione terapeutica è profondamente diversa da quella medica: nessuno psicoterapeuta è in grado di indurre dei cambiamenti, ma può soltanto offrire gli strumenti attraverso cui il paziente può riuscire a trovare la propria strada verso il cambiamento.

A seconda dell'orientamento teorico dello psicoterapeuta e delle necessità legate al trattamento del singolo caso, la psicoterapia può coinvolgere solo l'individuo che cerca aiuto, la coppia o anche l’intera famiglia.

In certi casi la psicoterapia può essere di gruppo, solitamente composto dallo psicoterapeuta e da persone che presentano problemi simili. Anche la durata del trattamento, la frequenza delle sedute e la lunghezza delle sedute può variare a seconda dell'orientamento teorico del terapeuta e dal quadro clinico del cliente.

A parte aspetti generali di questo tipo, ogni approccio terapeutico differisce sensibilmente dagli altri  sotto molti punti di vista.

LE PSICOTERAPIE PSICOANALITICHE

Il modello teorico

Sigmund Freud è ritenuto il padre della psicoanalisi e la pubblicazione del suo libro  l'Interpretazione dei sogni, nel 1900, segnò ufficialmente la nascita della psicoanalisi.

Secondo Freud l’uomo è contraddistinto da bisogni di natura fisiologica e da pulsioni vitali come la fame, la sessualità e l’aggressività che tendono alla loro soddisfazione (principio del piacere).

Dunque l'uomo desidera l'appagamento immediato e incondizionato dei suoi desideri, ma tale desiderio si scontra quasi sempre con la realtà. In altre parole, di fronte all'impossibilità di un appagamento completo secondo le modalità del principio di piacere, il principio di realtà agisce in modo da sublimare l'impossibile appagamento immediato in rappresentazioni sostitutive o escogitando diversi appagamenti.

Freud sostenne che la viti psichica fosse suddivisa in 3 compartimenti di diverso livello di coscienza:

  • Inconscio è la parte sommersa della psiche: i suoi scopi sono autonomi e nascosti alla coscienza superficiale. Le manifestazioni più vistose di questa attività inconscia sarebbero: i sogni, i lapsus e gli atti mancati della vita quotidiana
  • Preconscio è un’anticamera della coscienza che fa da deposito per qualsiasi materiale mentale, non completamente conscio ma facilmente richiamabili alla coscienza superficiale.
  • Il Conscio è la parte superficiale della psiche, assimilabile al concetto di coscienza della cultura psicologica tradizionale.

In seguito Freud individuò altri tre luoghi psichici, i quali non andavano a sostituire la prima topica, ma la integravano:

  • L'Es è il serbatoio dell'energia vitale, sede delle pulsioni, e segue il principio del piacere.
  • Il Super-Io è la censura morale, l'insieme dei divieti sociali sentiti dalla psiche come costrizione e impedimento alla soddisfazione del piacere. Il super-io rappresenta quindi la censura morale della coscienza.
  • L'Io è governato dal principio di realtà, il suo compito è quello di mediare le istanze vitali dell'Es, tese al soddisfacimento irrazionale, e le istanze del Super-Io, indirizzate verso la censuramorale.

L’IO, dunque, è mediatore fra quei due principi che vigono in grande contrasto tra il mondo dell’inconscio e quello della coscienza che sono il principio di realtà e quello del piacere.

La scoperta dell’inconscio porta Freud a sostenere che un atto può essere spiegato nelle sue motivazioni originarie il più delle volte ignote alla coscienza.

Infatti spesso alcuni fatti e accadimenti spiacevoli vengono rimossi, ovvero tali fatti spiacevoli vengono stipati nell'inconscio e dimenticati.

Dunque le nevrosi sono legate a fatti spiacevoli che poi vengono rimossi e nel processo terapeutico tutte le sintomatologie psichichedevono essere ricondotte alle vicende biografiche del soggetto, soprattutto quelle della prima infanzia.

Altra concettualizzazione innovativa della psicoanalisi è la scoperta che molti dei nostri comportamenti comuni sono in realtà dettati da impulsi di origine sessuale e che la personalità di un individuo viene modellata da conflitti irrisolti che emergono nei primi anni di vita.

Freud infatti riconosce l’esistenza di una sessualità già nell’infanzia e teorizza degli stadi dello sviluppo psicosessuale durante i quali l’Es tende alla ricerca del piacere e della soddisfazione di un bisogno fisiologico che si focalizza in diverse zone erogene e sono: la fase orale, anale, fallica, una fase di latenza e infine la fase genitale.

Inoltre Freud teorizzò che durante lo sviluppo psicosessuale può avvenire una fissazione inconscia per una particolare gratificazione libidica che può rappresentare un punto focale attorno al quale si struttura la formazione del sintomo in età più avanzata.

Dunque secondo la teoria psicoanalitica l’uomo è mosso da pulsioni vitali e da tendenze inconsce, che sono spesso in conflitto, e soggetto ad autoinganni; dunque il lavoro terapeutico consiste nel favorire, all’interno di una relazione carica di emozioni, la possibilità per il paziente di riconoscere e accettare la propria verità.

 

 

Il modello di intervento

Oggi non è possibile parlare di una sola psicoanalisi, in quanto si sono sviluppate molte teorie psicoanalitiche per cui anche in psicoterapia psicoanalitica ci troviamo di fronte a molti modelli terapeutici diversi, ma vi sono alcuni aspetti comuni:

  • Il concetto di inconscio, inteso come insieme di contenuti mentali non presenti nella coscienza. La cura mira ad acquisire una maggiore consapevolezza che non può essere raggiunta attraverso l’indagine diretta, dunque le tecniche utilizzate sono le libere associazioni e l’interpretazione dei sogni.
  • Il concetto di transfert, cioè la tendenza naturale a rivolgere sulle persone che ci circondano gli impulsi e le fantasie del nostro passato infantile e anche le difese e le resistenze che abbiamo messo in atto per arginarli e trasformarli. Dunque la terapia consiste nel favorire l’analisi del conflitto mediante lo sviluppo e l’elaborazione del transfert.
  • L’esistenza di un setting specifico: la posizione può essere vis a vis oppure viene utilizzato un lettino dove viene fatto stendere il paziente, le sedute durano intorno ai 45-60 minuti e la frequenza varia da una a tre volte la settimana.

Il trattamento psicoterapeutico a orientamento psicoanalitico non si fonda soltanto sulla psicopatologia e la sua gravità, ma anche sulla strutturazione della personalità del paziente, sulla storia e l’esito di tutti i precedenti rapporti interpersonali e sulla sua motivazione alla conoscenza di sé.

L’obiettivo della psicoterapia psicoanalitica è quello di far sviluppare nel paziente la capacità di padroneggiare i propri conflitti; attraverso interventi tesi all’ascolto empatico per costruire una buona alleanza terapeutica e interventi di interpretazione e chiarificazione volti all’elaborazione del significato del materiale simbolico del paziente.

 

TERAPIA COGNITIVO-COMPORTAMENTALE

 

Il modello teorico

La terapia cognitivo-comportamentale (TCC) si è sviluppata sulla base delle ricerche sperimentali nell’ambito delle teorie dell’apprendimento e su ricerche elaborate in ambito clinico. In particolare, essa ha fatto propri concetti appartenenti a periodi storici differenti: la prima parte del nome fa infatti riferimento al Cognitivismo, una prospettiva teorica sviluppatasi a partire dagli anni Sessanta, mentre la seconda parte del nome (comportamentale) deriva dal Comportamentismo, una prospettiva teorica sviluppata fin dagli inizi del ventesimo secolo.

L’approccio cognitivo-comportamentale integra quindi strategie comportamentiste e cognitiviste, anche se l’obiettivo finale sono sempre i cambiamenti cognitivi. Il terapista sarà interessato ad indurre nel paziente modificazioni comportamentali o relazionali facendo leva soprattutto sulle convinzioni irrazionali.

La prospettiva di base della terapia cognitivo comportamentale è che ogni persona ha un equilibrio statico, circolare, che rimane sempre uguale, e che viene meno in fase di scompenso.  L’intervento psicoterapico è quindi finalizzato al recupero dell'equilibrio adattivo che esisteva precedentemente l'esordio sintomatologico. Tale recupero coincide sostanzialmente con un aumento delle capacità di autocontrollo nei confronti delle emozioni disturbanti e con la messa in atto di atteg­giamenti più “razionali” nei confronti delle situazioni critiche, ottenuto tramite una critica serrata e sistematica delle convinzioni “irrazionali” esibite dal paziente all'analisi clinica.

 

Il modello d’intervento

La psicoterapia  Cognitivo-Comportamentale può essere descritta come un complesso processo cognitivo, emotivo, comportamentale e sociale di cambiamenti in un contesto interpersonale. Secondo questo modello il modo di agire, di sentire e pensare del paziente devono passare da una modalità disfunzionale a una funzionale. La persona deve acquisire capacità di autogestione che gli permettano di affrontare gli eventi futuri della vita e di gestire adeguatamente il proprio rapporto con l’ambiente. Il terapeuta utilizza uno stile direttivo maggiore o minore a seconda dei casi.

Caratteristica di questo tipo di intervento è l’uso di numerose tecniche per modificare comportamenti, emozioni e cognizioni. In particolare quando il comportamento è già nel repertorio del cliente si usano i rinforzamenti overt positivi o negativi, oppure i rinforzamenti covert positivi o negativi. Quando si devono costruire nuovi comportamenti o abilità non possedute si usa il modellaggio (shaping), concatenamento (chaining), suggerimento (prompting), guida fisica, confronto (matching) e l’attenuazione dello stimolo (fading). Mentre per ridurre la probabilità di emissione di un comportamento si utilizzano tecniche come la desensibilizzazione sistematica, la punizione, il costo della risposta, l’ipercorrezione e la sensibilizzazione.

Fasi della terapia:

  • si ascolta il problema del cliente e si procede all’assessment, alla raccolta dati;
  • si induce un aumento della volontà e fiducia al cambiamento (self efficacy);
  • analisi comportamentale più profonda, l’interpretazione degli eventi si basa sulla loro descrizione in termini delle teorie dell’apprendimento;
  • si elabora un programma di trattamento;
  • conduzione del trattamento;
  • monitoraggio e valutazione del progresso;
  • generalizzazione del processo e dissoluzione del legame terapeutico.

Inizialmente gli studi comportamentisti erano orientati a dimostrare il primato delle tecniche e la relazione terapeutica non era considerata né necessaria né sufficiente, ma soltanto utile in qualche circostanza. Negli anni Settanta cambia il significato dato alla relazione terapeutica, che viene vista come una pluralità di variabili di relazione tra cui trovano posto le aspettative e i fattori di personalità sia del terapeuta che del paziente. Una buona relazione terapeutica, anche se non è sufficiente agli effetti terapeutici (tranne alcuni casi), diviene però del tutto necessaria e in certi momenti essenziale nelle psicoterapie cognitivo-comportamentali.

LA PSICOTERAPIA POST-RAZIONALISTA

 

Il modello teorico

La psicoterapia Post-Razionalista rientra nelle cosiddette terapie “comprensive”, volte cioè alla comprensione del funzionamento della persona, che si differenziano da quelle di tipo “persuasivo”, che mirano invece a correggerne gli aspetti disfunzionali. Si tratta di un orientamento formalizzato ufficialmente a partire dagli anni Novanta, elaborato da terapisti cognitivo-comportamentali che si sono poi distinti dal cognitivismo associazionistico di Ellis e Beck.

La psicoterapia Post-Razionalista considera ogni persona un “sistema” che tende all’equilibrio (dinamico e progressivo). In particolare, l’equilibrio è sia interno, cioè tra gli elementi che lo compongono (sensazioni, emozioni, pensieri, comportamenti), sia esterno, derivante cioè dall’interazione con la realtà.

Secondo questo approccio psicoterapico la realtà e l’immagine di sé, quindi, sono sempre soggettivi e relativi. Ogni persona, infatti, nell’interazione costante e continua tra se stessa e la realtà che la circonda (intesa come un fluire di stimoli continuamente mutevole e multi­forme), costruisce se stessa (o meglio, si auto-organizza) e la propria realtà attraverso una "mappa di significati" personali, che le consentono di vivere in quello che sperimenta come il suo mondo, e quindi di costruire quella che è la sua esperienza di vita.

Tale costruzione si realizza mediante un processo che si compie durante l’intero ciclo di vita, attraverso elaborazioni sempre più complesse di sensazioni, emozioni, pensieri e comportamenti.

Attraverso l’interazione con la realtà esterna possono sorgere delle fluttuazioni emotive che la persona può essere in grado di accogliere o meno. È l’ampiezza della fluttuazione emotiva a far emergere nella persona l’esigenza di un nuovo equilibrio, che permetterà di accoglierla ed integrarla in un processo costante e continuo di auto-organizzazione. In tal senso, l’approccio post-razionalista non parla di normalità e psicopatologia, quanto piuttosto di compenso e scompenso. Una persona sarà quindi “compensata” se l’equilibrio del proprio sistema le permette di attribuire senso e significato alla propria esperienza emotiva e alle emozioni che derivano dall’interazione costante e continua con la realtà, mentre si avrà lo “scompenso” se la persona non riesce a dare una cornice di significato a ciò che le accade emotivamente. In pratica, i sintomi non sono che fluttuazioni emotive scaturite dall’interazione tra la persona e la realtà, che vengono vissute negativamente. Pertanto un sistema può mostrare sintomi in una qualsiasi fase del suo ciclo di vita. Inoltre essi debbono essere considerati tentativi di cambiamento infruttuosi deri­vanti da un livello di consapevolezza ridotto e/o distorto che impedisce una piena e coerente assimilazione dell'esperienza personale prodottasi.

I teorici post-razionalisti hanno postulato l’esistenza di 4 organizzazioni di significato personale, ciascuna delle quali rappresenta un caratteristico modo di dare ordine a ciò che accade nella realtà esterna e ciò che accade soggettivamente in termini di vissuti emotivi. Ciascuna organizzazione ha proprie e specifiche modalità di mantenere l’equilibrio (compenso) o di disorganizzarsi (scompenso): l’organizzazione fobica (FOB), depressiva (DEP), ossessiva (OSS) e dei disturbi alimentari psicogeni (DAP).

Ogni persona ha un’organizzazione di significato personale che prevale rispetto alle altre.

 

 

Il modello di intervento

L'obiettivo della terapia post-razionalista è la consapevolezza di sé. In pratica lo scopo principale è incuriosire il paziente a comprendere il proprio funzionamento, facendolo uscire dall’ottica della “patologia” per entrare in un’ottica più “esplicativa”, finalizzata alla comprensione del proprio funzionamento in termini di mantenimento dell’equilibrio, vulnerabilità e scompensi.

La relazione terapeutica nell’ottica costruttivista è quindi un’alleanza collaborativa con finalità conoscitive.

Lo strumento che il terapeuta utilizza è la relazione terapeutica stessa, che permette al paziente di auto-osservarsi, essendo accompagnato e stimolato dal terapeuta stesso attraverso piccole e graduali perturbazioni, finalizzate a permettere al sistema-paziente di trovare un nuovo equilibrio, il suo nuovo equilibrio. In questa cornice, perturbare significa infatti utilizzare indirettamente le emozioni suscitate nel contesto terapeutico per avviare, innescare una riorganizzazione del sistema.

Paziente e terapeuta co-costruiscono la relazione terapeutica e questo promuove quella condivisione emotiva necessaria per promuovere il cambiamento, perché le emozioni cambiano le emozioni, i pensieri cambiano i pensieri. Il ruolo del terapeuta è quindi quello di accompagnare il paziente verso la sua direzione di cambiamento, promuovendo quest’ultimo attraverso la condivisione delle emozioni che il paziente “porta” in seduta, affinché il paziente stesso possa  accoglierle e rielaborarle.

Perturbare strategicamente significa che il terapista persegue una strategia ben precisa che deriva dalla comprensione del sistema-paziente, del tipo di svolgimento che ha avuto nel ciclo di vita, dei motivi per cui in questo momento il ciclo di vita si è disequilibrato, qual è stato lo sbilanciamento che lo ha squilibrato, e in che cosa consiste lo squilibrio che ha prodotto. Le "resistenze" sono considerate come l'espressione dei processi di mantenimento della continuità di sé che ogni individuo ha come una struttura di mantenimento.

A questa strategia terapeutica corri­sponde una metodologia che si contraddistingue rispetto a quella classi­ca per due aspetti di fondo: l'abbandono da parte del terapista del ruolo di osservatore “direttivo”, il che comporta una rinuncia al primato della razionalità, ed il perseguimento della compren­sione da parte paziente delle dinamiche del suo significato personale an­ziché la persuasione ottenuta con confronti dialettici o strategie relazionali o comportamentali.

Fin dall'inizio della terapia l'attenzione viene posta sulle emozioni. Esse sono quelle che hanno il contenuto informativo più grande circa l’organizzazione e circa lo scompenso in atto, sono quelle che ci dicono, più di tutte le altre, quali sono gli aspetti dell'esperienza immediata che il paziente non riesce a mettere a fuoco, a riconoscere e ad autoriferirsi.

Il terapeuta post-razionalista si sposta dal proprio punto di vista a quello del paziente per vedere le cose dal punto di vista della persona che le sperimenta, lavorando sull’interrelazione tra esperienza immediata e consapevolezza della stessa, in una visione evolutiva che considera lo sviluppo della persona come un processo soggetto a crisi, nella sua interazione con persone affettivamente significative. Per questo per l’intervento è importante il qui ed ora, il vissuto soggettivo che scaturisce da fatti quotidiani (analizzato mediante la tecnica della moviola),tanto quanto la storia di vita.

Il cambiamento terapeutico avviene mediante un passaggio graduale ad un nuovo equilibrio del sistema, che permette di dare senso e significato all’esperienza, attraverso un percorso che, nel pieno rispetto della continuità del sé e della propria identità, favorisce la conoscenza e la padronanza di sé.

 

LA TERAPIA SISTEMICO-RELAZIONALE

 

 

Il modello teorico

Il modello della psicoterapia sistemica affonda le sue radici nella cultura americana degli anni Cinquanta e in particolare si sviluppa dall’interesse che in quegli anni emerge intorno studio delle influenze che le relazioni e l'organizzazione familiare giocano sullo sviluppo della personalità dell’individuo. La famiglia viene vista come un sistema, ossia come un'entità che possiede caratteristiche, regole e norme proprie; diviene così possibile comprendere i meccanismi e le dinamiche di tale sistema nel momento in cui si analizzano e rendono chiari i criteri alla base del suo funzionamento. Ogni cambiamento viene letto e compreso come funzione della dinamiche relazionali, viene abbandonata una concezione del sintomo come mera anomalia individuale e viene coniato il termine “paziente designato”, il portatore del sintomo che esprime anche a nome di altri membri del sistema, le difficoltà legate alla crescita e all’evoluzione. All’interno di questo approccio, quindi, l’attenzione del clinico si sposta dai fattori intrapsichici ai fenomeni interpersonali e ai contesti in cui hanno luogo. I sintomi appaiono sempre più come un segnale di disagio relazionale dell’intera famiglia, che sembra comunicare in questo modo l’esistenza di un conflitto tra continuità e cambiamento, tra legami di appartenenza e bisogni di individuazione dei suoi singoli componenti. La persona non solo è portatore del disagio ma, in quanto elemento del sistema, contribuisce a mantenere in vita delle dinamiche familiari disfunzionali. La terapia sistemica ha elaborato quindi la sua metodologia clinica intorno all'idea che il disagio psichico può essere colto attraverso l'osservazione delle relazioni umane.

In questo modello ha un ruolo importante la storia del paziente, il rapporto con le figure significative del passato e con la famiglia d’origine. Il materiale su cui si lavora è il comportamento sintomatico del paziente e proprio per la spiccata relazionalità di quest’ultimo e per gli atteggiamenti correlati degli altri membri significativi della famiglia, si pensa che i sintomi/disturbi di un individuo acquistino una straordinaria importanza come indicatori generazionali, di genere o di trasmissione culturale. Nel cercare di comprendere il funzionamento, o mal funzionamento, del sistema familiare si va alla ricerca dell’origine del sintomo risalendo anche nelle generazioni precedenti, proprio perché può verificarsi una sorta di trasmissione intergenerazionale del disagio.

 

Il modello d’intervento

La terapia familiare interviene attraverso varie tecniche di lavoro sulle famiglie ed in particolare si focalizza sulla storia trigenerazionale della famiglia (nonni-genitori-figli), sulle dinamiche relazionali e comunicative della famiglia e sulla funzione del sintomo del singolo individuo nell'equilibrio della famiglia.

Il terapeuta in quanto elemento nuovo e altamente significativo, diviene un primo fattore di modificazione della trama familiare e le tecniche utilizzate si articolano intorno alle problematiche dei ruoli, della gerarchia, delle alleanze, e della qualità della comunicazione.

L’emergere della “patologia” mostra un’incapacità della famiglia di usare adeguatamente le proprie risorse per superare una fase critica di passaggio da una stadio evolutivo all’altro, come ad esempio l’uscita di casa dei figli o la morte di un membro della famiglia, eventi che costringono il sistema a riorganizzarsi. Il disagio si manifesta quando il sistema familiare non riesce ad evolversi verso nuovi assetti relazionali e il clinico ha come obiettivo l’individuazione delle regole disfunzionali che bloccano il sistema, per poter introdurre nuovi input che mirino a modificare le regole del gioco. Il processo terapeutico ha lo scopo di attivare un percorso di ristrutturazione che consiste nel modificare gli schemi relazionali abituali della famiglia attivando le potenzialità del sistema familiare perché possa diventare artefice del cambiamento. Una terapia familiare si può considerare terminata quando la famiglia, attraverso la relazione terapeutica ha acquisito e fatto proprio nuovi schemi relazionali che le permettano di essere equipaggiata per altre crisi del suo ciclo evolutivo, con nuove risorse a disposizione e, soprattutto, avendo acquistato una chiave di lettura, un modo di interpretare i fatti, diversi dai precedenti, che sembravano averla bloccata a un particolare stadio del proprio ciclo evolutivo.

 

 

LA TERAPIA CENTRATA SUL CLIENTE DI CARL ROGERS

 

"Tutto ciò che sono è sufficiente se solo riesco ad esserlo"
Carl Rogers

 

Il modello teorico

La Terapia Centrata sul Cliente deriva dalla teoria centrata sulla persona formulata da Carl Rogers, psicologo clinico statunitense. La terapia rogersiana è stata la prima alternativa controcorrente rispetto alle terapie psicodinamiche e al modello medico-psichiatrico dell’epoca.  Infatti solo l’esperto era ritenuto responsabile dell’elaborazione del processo di cura, mentre al paziente spettava solo un ruolo passivo di attesa.

Carl Rogers rivoluziona questo schema, ritenendo pericoloso considerare il paziente come una persona malata e non normale, così rifiutò il termine paziente e scelse quello di cliente, in quanto ritenuto attore principale del processo di aiuto.

L’attenzione rivolta al cliente, il "centrarsi"  su di esso conferisce al paziente pari dignità, valore e responsabilità all’interno della relazione e nel processo di aiuto.

Infatti Rogers sosteneva la positività della natura umana, cioè riteneva che ogni uomo avesse di per sé delle energie e risorse che permettono all’organismo di autoregolarsi e autorealizzarsi.

Secondo questo modello la formazione della psicopatologia avviene quando il bambino, che con lo sviluppo del concetto di sé percepisce il bisogno di essere amato e protetto dai genitori, avverte un’incongruenza tra i suoi metri di giudizio e quelli dei genitori, allora per non perdere l’amore dei genitori inizia ad introiettare i nuovi valori derivati dall’ambiente esterno. Il bambino quanto più avvertirà l’incongruenza tra il proprio processo di valutazione e i giudizi esterni introiettati, tanto più avrà difficoltà a soddisfare i propri bisogni e ad essere veramente se stesso.

Solo l’accettazione incondizionata dei genitori può aiutare il bambino a  sviluppare un sé sano e senza incongruenze, questo non significa dover approvare ogni comportamento, ma che anche nel momento del dissenso per un dato comportamento, si deve far percepire al bambino che non lo si rifiuta.

 

Il modello di intervento

Il setting prevede la posizione vis-à-vis; ogni seduta ha una durata di circa 50 minuti, con frequenza settimanale.

La terapia centrata sul cliente è una terapia non direttiva ed è considerata l’incontro fra due persone cliente e terapeuta, dove il terapeuta è mosso dal desiderio di conoscere l’altro.

Rogers ha ipotizzato tre condizioni necessarie e sufficienti per promuovere un clima di fiducia che facilita il cambiamento: congruenza personale, accettazione positiva incondizionata ed empatia.

Dunque il terapeuta deve essere congruente, cioè vero, genuino e profondamente se stesso, deve provare accettazione nei confronti di ogni sentimento espresso dal cliente ed avere la capacità di sentire i sentimenti ed i significati che il cliente sta provando in quel momento, e di comunicare tale comprensione al cliente. Questo clima di fiducia e il sentirsi accettato in modo incondizionato facilita il cliente nell’esplorazione dei propri sentimenti avvertiti come pericolosi e sconosciuti.

Il cliente nella relazione terapeutica fa esperienza della soddisfazione di un bisogno (quello di accettazione positiva incondizionata), acquisisce un modello più efficace di funzionamento attraverso l’identificazione con il terapeuta congruente, esplora i propri sentimenti e li accetta.

Dunque la terapia centrata sul cliente non può assumere il valore di soluzione ai problemi, in quanto rischierebbe di concorrere alla dipendenza ed alla cronicizzazione della situazione di bisogno, ma ha come obiettivo l’autonomia  del cliente e l’attivazione di un cambiamento duraturo attraverso la facilitazione delle capacità innate dell’individuo di autoregolarsi, quindi il cliente potrà sperimentare una modalità nuova di essere nella sua realtà e produrre un cambiamento più stabile nel tempo.

 

LA TERAPIA DELLA GESTALT

 

Il modello teorico

La terapia della Gestalt è stata ideata da Frederick S. Perls (1893 – 1970) e si caratterizza per un approccio esperienzale piuttosto che verbale o interpretativo; in tal senso, nell’indagine clinica viene dato maggior rilievo al processo terapeutico e alla dimensione del presente rispetto al passato. Dare rilievo al presente significa analizzare il modo attuale del soggetto di relazionarsi a sé stesso e all’ambiente, con lo scopo di fare emergere i meccanismi di autolimitazione e le fantasie del soggetto che rimangono insoddisfatte.

Il presupposto teorico non propone un sistema di credenze, ma un modo di indagine sulla possibilità conoscitiva e auto conoscitiva dell’uomo, quindi l'importanza viene data al “come” un fenomeno si esprime prima che al “che cosa” lo stesso significhi o sottenda.

Partendo da questi presupposti, la terapia della Gestalt, non vuole aiutare il paziente ad essere più efficiente o a fare la "cosa giusta", quanto favorire una maggiore adesione e adattamento del paziente a sé stesso, con i suoi limiti e le sue risorse, promuovendone la capacità di auto-sostenersi e di essere reale, cosa che gli permetterà di relazionarsi con il mondo esterno sulla base di bisogni e modalità propri.

In tal modo se il soggetto riesce a ricollocarsi al centro della propria esperienza, recuperando il proprio personale modo di essere, di emozionarsi, di agire e comportarsi accettando gli aspetti armonici e soprattutto disarmonici di sé si assumerà la responsabilità di ciò che egli è e di conseguenza la responsabilità della propria vita, di essere con i propri pregi e difetti.

La nevrosi, la psicosi, ma anche la rigidità emotiva, l'adattamento passivo, la conformità alla società sono il risultato della fuga da se stessi, infatti spesso le persone assumono ruoli fittizi: il bravo ragazzo, la moglie perfetta, etc., per essere amati e per non incorrere nella disapprovazione.

L’individuo nevrotico evidenzierebbe un frequente ripresentarsi di situazioni di blocco e di auto inferenza attraverso le quali ripropone ruoli e meccanismi alienandosi sempre di più da sé. Dunque la nevrosi insorge quando irrigidendosi la persona è meno capace di soddisfare i propri bisogni e le spinte alla crescita.

 

Il modello di intervento

Nella terapia della Gestalt viene data grande importanza all’esperienza, al presente, al qui e ora, al setting; essendo il nucleo dell’attenzione clinica l’osservazione delle modalità dell’adattamento del soggetto, ogni contesto situazionale potrebbe offrire ricche possibilità di osservazione e di conoscenza sul come un certo individuo si muove nel mondo. In altri termini si chiede al paziente, ma anche al terapeuta, di essere in questo momento e di porgere l'attenzione a quanto succede, di diventare consapevole dei suoi gesti, della sua respirazione, delle sue emozioni, della sua voce, delle sue espressioni facciali ecc...

La Gestalt propone un percorso esperienziale di graduale appropriazione ed eventuale integrazione delle parti scisse.

L'orientamento sull'esperienza nel qui e ora, su quanto il paziente sperimenta di se stesso da un punto di vista corporeo, emotivo, immaginativo ecc... limita l'influenza di razionalizzazioni, credenze, di ruoli stereotipati e facilita l'espressione di qualsiasi materiale proprio del soggetto, permettendo così di dar voce ad ogni aspetto esistenziale che il paziente porta in terapia.

In questa ottica il sintomo diventa la spia di un qualcosa al quale occorre dar voce per permettergli di esprimere il suo messaggio, dando voce alle diverse polarità, recuperando e reintegrando le diverse parti di sé alienate proprio per evitare la sofferenza.

Inoltre, partendo dal concetto della responsabilizzazione del paziente, il cambiamento terapeutico non viene indotto dal terapeuta, secondo un suo schema di azione, di credenze e valori, piuttosto è il frutto di una scelta dell’interessato che attraverso un processo di auto-accettazione si autorizza prioritariamente a essere quello che è svincolandosi dalla credenza di dover essere quello che gli altri pretendono che sia.

 

 

 

 

 

Bibliografia:

 

Cionini L., 2001. Psicoterapie. Modelli a confrontoCarocci Editore.

Rogers Carl R., 1997. Terapia centrata sul cliente. La Nuova Italia.

Zucconi, A. (2004) La necessità di una medicina centrata sulla persona. Da Persona a Persona. Rivista di Studi Rogersiani, Ottobre, pp. 88-94.


A cura di: Alessandro Rotondo, Gitana Giorgi, Lisa Cecchi e Ciro Conversano

 
 

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