Donne che amano troppo….quando una relazione d’amore fa soffrire

                                                                                       Se un individuo è capace di amare positivamente, ama  anche se stesso;
se può amare solo gli altri non ama affatto

ERICH FROMM, L'arte di amare

                                                                                             

Il titolo di questo articolo è ripreso da un libro famosissimo “Donne che amano troppo”, scritto da Robin Norwood, psicoterapeuta americana che si occupa di dipendenze, dalle più tipiche e conosciute come la dipendenza da alcol e altre droghe, a quella forse meno riconosciuta dai non addetti ai lavori come forma di dipendenza, ma che invece può essere fonte di grandi sofferenze, “la dipendenza affettiva”. La tendenza ad amare troppo, restando inchiodate in relazioni insoddisfacenti, non rispondenti ai nostri bisogni di amore, cura, attenzione o avere estrema difficoltà a troncarle sembra essere un fenomeno tipicamente o prevalentemente femminile.

I fattori storico-culturali giocano un ruolo importante in questo senso; il ruolo della donna è stato confinato per millenni a quello di cura dei figli e della casa, le è stato trasmesso di generazione in generazione che è debole e bisognosa di protezione (da parte della figura maschile), che è fragile, paurosa, dipendente. Per quanto certi insegnamenti siano oggi superati, sono ormai entrati a far parte dell’inconscio femminile condizionando il modo in cui la donna può vivere la relazione affettiva con un uomo.

Quand’è che si ama troppo? Quando l’amore da esperienza appagante, di gioia e di pienezza si trasforma in un qualcosa che ci fa soffrire, ci ossessiona e ci impedisce di vivere appieno la nostra vita? Quando essere innamorate significa soffrire, allora stiamo amando troppo; quando sistematicamente tendiamo a giustificare l’indifferenza, il malumore, il cattivo comportamento o i tradimenti del partner, stiamo amando troppo; quando tendiamo ad attribuirci la colpa di non essere abbastanza attraenti o affettuose di fronte a comportamenti del partner che ci hanno offese e ferite, allora stiamo amando troppo. Cosa c’è dietro questo attaccamento morboso a qualcuno che non può o non è disposto a darci l’amore che con tanta fatica e dolore proviamo a rincorrere? La Norwood ritiene che ci sia la paura, paura di restare sole, paura di non essere sufficientemente amabili, paura di essere ignorate o abbandonate. Il modo di porsi in relazione di una tipica donna che “ama troppo” è quello di controllare l’altro rendendosi assolutamente necessaria, la convinzione è che concentrandosi sui bisogni dell’altro e facendo di tutto per compiacerlo, l’altro non potrà più fare a meno di lei. E’ importante mettere in evidenza come accanto ad una donna che ha bisogno che qualcuno abbia bisogno di lei, c’è sempre un uomo che ha bisogno di qualcuno che accetti di essere responsabile per lui, in un gioco o “danza relazionale” dove entrambe le parti partecipano con ruoli, bisogni, paure specifiche.

La paura della donna che ama troppo da dove si origina? Si origina dal disvalore personale, da una  sfiducia nella propria capacità di essere amata e accettata per quello che è, che la porta a ricercare all’esterno da sé (nell’uomo) conferme che non è in grado di dare a se stessa. Ovviamente tale ciclo interpersonale si autoalimenta in una dinamica senza soluzione, perché più la donna si sacrifica e lotta per salvaguardare il rapporto con un uomo indisponibile, distante, maltrattante, che non ricambia l’amore, più lui continuerà a perpetuare distanza, non amore, indifferenza, dando vita ad una rigida cristallizzazione di ruoli.

Partendo dal presupposto che non esiste disturbo in ambito psicologico/psichiatrico determinato da un unico fattore, ma sono sempre la relazione tra temperamento di base e esperienze di vita a determinare un eventuale esito psicopatologico, sembra che una donna che ama troppo abbia fatto esperienza nell’infanzia e nell’adolescenza di un ambiente familiare che, per motivi diversi, non è stato in grado di rispondere a bisogni fondamentali di amore, cura, sicurezza, empatia, accettazione incondizionata, espressione spontanea dei propri bisogni. Dai traumi con la T maiuscoli quali abusi fisici e sessuali, il mancato soddisfacimento di bisogni fondamentali di ogni essere umano passano anche attraverso un’eccessiva rigidità familiare, dove l’obbedienza alle regole e la punizione severa di fronte alla loro trasgressione, diventa strumento disciplinare principe. Famiglie conflittuali, rifiutanti, o che mostrano atteggiamenti, valori, comportamenti contraddittori di fronte al figlio rendono difficile promuovere in lui la capacità di fare affidamento sulle proprie percezioni e sui propri bisogni e di utilizzarli come guida per fare scelte in linea con i propri desideri.

Le esperienze relazionali vissute nelle prime fasi di sviluppo tendono a riproporsi anche nella vita adulta se non accettiamo di affrontarle ed elaborarle, capendo che se erano utili quando si sono formate in quello specifico contesto familiare, oggi ci rendono schiave di una lotta affannosa senza possibilità di vittoria. Un percorso terapeutico può essere utile per quelle donne che sistematicamente hanno a che fare con uomini che sembrano non poterle mai rendere felici per un motivo o per un altro. Il punto di partenza è scegliere di assumersi delle responsabilità sviluppando una relazione con se stesse perché nessuno può amarci abbastanza da renderci felici se non amiamo davvero noi stesse, perché quando nel nostro vuoto andiamo cercando l’amore, possiamo trovare solo altro vuoto”.                                                                                            

                                                                               A cura di Laura Marchi

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